In questo periodo si sta celebrando il carnevale non solo nelle piazze di paese e nelle sfilate dei carri, ma anche nella politica internazionale. Qui però non è vero che “ogni scherzo vale”. Non commentiamo quello che succede giorno dopo giorno, quanto bellicosa o ridicola sembri la Von der Leyen con il logo militaresco “Rearm Europe” o le allucinanti dichiarazione del generale Kellogg che dice che gli ucraini vanno “picchiati in faccia come un mulo” per farsi obbedire, come fossero bestie. Questo è fastidioso quanto quasi irrilevante, sono solo le reazioni del momento. C’è una cosa invece che va molto più in profondità e che avrà enormi ripercussioni sul lungo periodo: i decisori politici ed economici hanno la chiara sensazione che degli Stati Uniti d’America non ci si possa più fidare. Anzi, non solo loro, tutta una serie di persone che avevano acquistato prodotti e servizi americani con una certa serenità stanno drammaticamente rivalutando le proprie scelte. Al momento cambierà poco: ad esempio siamo ancora su un social americano, che gira su fornitori di servizi americani, su un computer/cellulare probabilmente con un sistema operativo americano. Stasera alla televisione guarderemo una serie televisiva americana in streaming. Questo ancora stasera, non sono più certo che tra tre anni le vostre vite seguiranno ancora questo copione. Il punto di non ritorno non sono state le dichiarazioni bellicose su Groenlandia o Canada, o sui dazi, no, quelle alle fine sono ancora solo parole o colpi di penna. Il punto di non ritorno è stato la fine improvvisa di ogni supporto all’Ucraina, anche quello a costo zero come il supporto delle immagini di intelligence. Questa sta costando vite, oggi. L’assunzione di tutti è che l’America si sarebbe sempre comportata con una certa prevedibilità. Il fatto che si stia lasciando bombardare un intero paese oscurando i radar perché non è piaciuto il vestito del presidente Zelensky allo studio ovale sta facendo venire i brividi a tutti. Della gente è morta perché sembrerebbe che a Trump non siano piaciuti alcuni modi di fare. L’America potrebbe chiudere i servizi Cloud, manipolare i servizi social, svuotarci la casella di posta. Non ci sono limiti a quello che che un governo americano privo di qualsiasi scrupolo morale come questo potrebbe farci. Potrebbe anche non essere un danno diretto. Potremmo anche non scontrarci con gli stati uniti, basterebbe che gli americani ci vendano in uno scontro con un paese terzo. Qualcuno versa sul conto del presidente una bella cifra, e tutti i nostri servizi cloud svaniscono, le nostre armi smettono di sparare, i nostri jet restano a terra. Non è una follia, è quello che sta succedendo. La fiducia viene costruita in decenni ma si può perdere in un secondo. Inoltre il guinzaglio del padrone si sta mostrando decisamente corto: la Gran Bretagna non può passare la sua tecnologia derivata da quella americana, né può utilizzare intelligence di derivazione americana per aiutare l’Ucraina. La Francia, che ha le sue filiere, è invece un paese pienamente sovrano.
Questa cosa non è un problema solo per gli europei, che devono costruire dall’oggi al domani la propria indipendenza da filiere tecnologiche americane. In realtà è una terribile notizia anche per gli americani. La Cina non ha il suo enorme potere industriale perché il suo costo del lavoro è basso, ci sono infatti paesi dove lo è ancora di più. La Cina ha una legge di scala enorme. Qualsiasi cosa tu debba produrre per un miliardo e 400 milioni lo puoi costruire efficientemente anche per due miliardi o tre miliardi di persone, nessuno ti batterà mai sui costi di produzione con queste quantità. Il software e i servizi che costruisce ed esporta l’Americana, e su cui si basano le quotazioni stellari dei suoi indici di borsa, seguono leggi simili. Se utilizziamo il sistema operativo MacOs in miliardi di persone, sarà un prodotto molto migliore e curato di uno testato su una manciata di dispositivi. Se il mercato di cui possono disporre le aziende americane si riducesse a 330 milioni di americani anziché al miliardo e 300 milioni dell’occidente esteso l’effetto scala sarebbe trascurabile, modelli come quello di Netflix, Disney Plus non sarebbero sostenibili.
Abbiamo già fatto tre esempi (aziende di armamenti, colossi tecnologici e dell’intrattenimento) di aziende messe in serie difficoltà dall’attuale atteggiamento americano. Ora, la vera domanda è: perché nessuno negli Stati Uniti d’America sembra voler fermare Donald Trump, nonostante i danni miliardari che sta facendo al paese? Io ho una teoria in merito e riguarda il partito repubblicano e la sua componente MAGA. MAGA si comporta come una setta all’interno del partito repubblicano. Il partito repubblicano e quello democratico su queste questioni strategiche sono certamente allineati (questo allineamento era uno dei principali fattori di potenza degli Stati Uniti). Ora tra i repubblicani ci sono deputati MAGA e non MAGA, visto che il partito esiste dal 1854, 162 anni prima che Donald Trump entrasse in politica. C’è un partito repubblicano senza Trump, il contrario non è necessariamente vero, non siamo certi che un movimento MAGA possa sopravvivere fuori dalla cornice del partito repubblicano che lo ospita, è possibile, ma non è stato sperimentato. Il movimento MAGA è molto forte nel dettare la sua agenda in un meccanismo maggioritario come quello delle primarie, è una minoranza compatta e determinante, ma resta una minoranza. MAGA è un movimento personalistico, non esiste senza Trump, e infatti i suoi esponenti sono scelti in base alla lealtà personale verso Trump, il quale tra tre mesi compierà comunque 79 anni. Il partito repubblicano si deve scrollare di dosso il movimento MAGA, è una questione di sopravvivenza politica sul lungo andare, anche per via delle conseguenze.
La mia sensazione è che Democratici e Repubblicani non MAGA stiano lasciando a Trump tutta la corda che serve per impiccarsi. Sanno che MAGA è un movimento che si mobilita molto bene contro qualcuno, ma che ha enormi difficoltà a portare avanti una agenda propositiva. Lasciato senza nemici interni si ingolfa in se stesso, fa stupidaggini. Inoltre vogliono essere certi che più americani possibili si rendano conto dell’idiozia del movimento lasciato senza contrappesi. Quando saranno certi che il paese ne abbia avuto veramente abbastanza, partirà l’opposizione seria del congresso, che gli bloccherà tutto, e probabilmente faranno l’impeachment. Su cosa? Già anche solo la vendita di Memecoin di Trump il giorno prima del giuramento è stato un atto di corruzione senza pari nella storia americana. Centinaia di milioni sono volati da exchange cinesi direttamente a Mar-a-Lago, perché, beh, sono le crypto, non sono regolate, bellezza. Ma la corruzione resta corruzione. Inoltre i personaggi che ha messo a guida di servizi e FBI sono troppo mediocri per dominare le agenzie, che si vorranno vendicare. Senza contare che anche solo il gigantesco conflitto di interessi del membro del governo Musk sarebbe più che sufficiente per giustificare un impeachment. Il processo è partito per molto meno in passato, e siamo solo agli inizi, chissà domani cosa altro combinerà. Ovviamente, ci si muoverà solo quando i tempi saranno davvero maturi per chiudere la partita. Quello sarà il momento in cui il carnevale finirà davvero. In ogni caso all’America serviranno decenni per ripulire le strade dai bagordi e dal vomito, se mai ci riuscirà.
Inutile farsi illusioni: la notizia della fine del supporto americano all’Ucraina è una notizia terribile. Si può discutere se fosse una decisione evitabile o meno. Io non lo credo, forse perché voglio illudermi e mi spaventa di più un mondo in cui la decisione sulla vita di milioni di persone viene presa in base a un vestito o a scazzi personali che non uno in cui una decisione, pur malvagia, viene almeno premeditata freddamente. Però… c’è un però. Voglio farvi riflettere un attimo sull’altra faccia della medaglia. Tutti chiedono a Zelensky di riparare, chiedere scusa, rimediare all’accaduto. A furia di guardare le carte in mano a Zelensky, c’è però un altro aspetto che non mi sembra altrettanto considerato: che carte ha in mano l’America adesso per costringere Zelensky a fare quello che vuole? Nel momento in cui hai detto che “vuoi la pace con la Russia a tutti i costi”, hai chiaramente detto che non aumenterai il tuo sostegno militare, togli questa opzione dal tavolo. Quindi ti restano due opzioni: tenere il sostegno uguale, o ridurlo. Nel momento in cui lo elimini del tutto questo sostegno, che altre opzioni ti restano? Lo rendi negativo? Se l’Ucraina non si piega a fare quello che vuoi, che puoi fare? Iniziare pure tu a bombardare Kyiv, unirti all’allegra combriccola di droni iraniani? Zelensky ieri in una intervista ha detto a proposito di Lindsey Graham, un senatore repubblicano vicino alla causa ucraina che però gli si è rivoltato contro dopo i fatti dello Studio Ovale e che sostiene che Zelensky adesso si dovrebbe dimettere :”Lindsey è veramente una brava persona, potremmo dargli la cittadinanza ucraina e farlo trasferire qui, così magari potrà far sentire la sua voce”. Sicuramente una risposta piccata anche per motivi personali e comprensibili, ma comunque ha un fondo di verità. Lindsey può minacciare di scaricare Zelensky, ma dopo che lo ha scaricato, che altro può fargli? L’America è talmente abituata a essere centrale che non riesce neppure a immaginare un mondo in cui non lo è. Il mondo sognato da Trump è un mondo in cui l’America resta al centro di tutto, senza gli obblighi che aveva prima. E’ un impero a costo zero, frutto di quello che potremmo definire “narcisismo imperiale”. E’ una cosa molto simile a una Brexit americana, quando il Regno Unito si era convinto “we are going to have our cake, and eat it”. Talmente presi dalla furia cieca di tagliare i legami con Bruxelles da non preoccuparsi dalla sorte della propria industria finanziaria londinese, ex piazza principale dell’Unione, assolutamente centrale per l’economia del Regno. Londra non è collassata come piazza finanziaria, ma ha sicuramente accusato il colpo. Nel momento in cui verrà abolito USAID in moltissimi paesi del mondo spariranno i finanziamenti americani. Il contribuente americano ne sarà forse sollevato, ma in molte zone del mondo la parola degli americani conterà semplicemente molto meno, come è ovvio che sia. L’America non era centrale perché era l’America, ma perché aveva una costosa struttura imperiale di sostegno che rendeva l’America potente e temuta. L’illusione è che questo possa avvenire a costo zero, che Trump possa abdicare al ruolo mondiale degli Stati Uniti ma avere ancora strumenti per tenere – ad esempio- il dollaro come valuta di riferimento delle transazioni mondiali. E’ una illusione narcisista, psicologicamente molto interessante. Riguardando l’incontro alla Casa Bianca di venerdì c’è un aspetto che non mi sembra essere stato abbastanza considerato. Trump e Vance sembrano essersi completamente dimenticati di quello che hanno detto fino a un secondo prima a Zelensky, lo tengono fuori dall’incontro. Le parole di Trump a proposito del “mediocre comico”, “dittatore senza elezioni”, et cetera, quelle di Vance, vabbè… Zelensky no, ricorda invece ogni singola parola. Lo scontro vero avviene quando Zelensky ricorda a Trump una sua specifica frase, a riguardo “del bellissimo oceano” che separa l’America dalla Russia. Geograficamente è un oceano che si fa stretto fino agli 82 km dello stretto di Bering, ma Zelensky “Tu hai detto che c’è quest’oceano, ma sentirai anche tu la pressione…”. Qui salta tutto. “Non ci puoi venire a dire come ci dobbiamo sentire”. Visto che la controparte dice in continuazione come si devono sentire gli ucraini, colpisce questa asimmetria empatica, di due uomini sicuramente in posizione di potere diverse, ma comunque seduti insieme a uno stesso tavolo. Ma c’è qualcosa di più profondo, che rende l’affronto di Zelensky intollerabile.La parola di Trump è poietica: crea la realtà che vuole definire. Forse è mitopoietica, crea miti e leggenda, ma comunque la parola di Trump non si può contraddire frontalmente senza incrinare lo specchio del narcisista. Biden corrotto, la guerra “che non sarebbe mai cominciata se fossi stato io presidente”. Perché la guerra non sarebbe mai cominciata? Non si sa. Il piano di pace “geniale, che non poteva essere rivelato prima delle elezioni perché sennò non avrebbe funzionato”, e che ancora non si è capito in cosa consista se non in una somma di capitolazione e sfruttamento coloniale americano. Ma il narcisista non può sopportare di vedere incrinato il suo specchio, e la parola è il suo specchio, per questo il dominio della parola è fondamentale, per questo la parola non può essere contraddetta, per questo a Zelensky non deve essere permesso neppure di replicare. Il dilemma del narcisismo imperiale deve diventare ben presente anche a Elon Musk adesso. Cosa fare di Starlink fornito agli ucraini? Il governo polacco sta pagando il servizio. Se Musk lo interrompe, rivelando il segreto di Pulcinella della natura politica e non solo tecnologica dello strumento, può dire addio a tutta una serie di commesse che potrebbero diventare politicamente scottanti. Chi si può fidare di una connessione internet che può essere chiusa in ogni momento a seconda dei capricci del titolare? Starlink è un ottimo strumento, soprattutto, a bassa latenza, ma ci sono anche altri fornitori di servi satellitari a orbita bassa come il francese OneWeb. E se il servizio fosse tolto e si fosse trovata una alternativa altrettanto efficiente? In fondi i droni ucraini volano anche in profondità nella Russia, dove non c’è Starlink. Questa non sarebbe una sconfitta anche tecnologica? Non sono scelte facili, ma a dispetto di quello che sostiene il narcisismo imperiale, ci sono sempre dei costi rilevanti da pagare. E’ il compito di ciascuno capire quali sono questi costi e se ne vale la pena.
Il trattamento ricevuto da Zelensky è il minore dei problemi. Un uomo che da tre anni visita le trincee e i parenti dei caduti difficilmente avrà gli incubi la notte per la matita agli occhi di JD Vance. La cosa devastante di ieri è la sensazione che per l’attuale amministrazione americana la politica estera proprio non esista affatto, sia solo una continuazione della politica interna nemmeno con altri mezzi, proprio con gli stessi mezzucci squallidi, la stessa vena di battutacce taglienti, aria da reality show, interviste da podcast. “Zelensky, you’re fired!”. Questa cosa è devastante. Ieri un capo di stato straniero è venuto a parlare alla Casa Bianca e si è sentito parlare di cosa hanno dato Obama, di cosa ha dato Biden… ma cosa gliene dovrebbe fregare? Mica è un relazione personale la sua. Per cosa dovrebbe provare “gratitudine?”. Sembrava che una richiesta di garanzie per la pace fosse un capriccio personale. Lo caccia via in quel modo come se fosse lì in visita di piacere e non in rappresentanza di una intera nazione. Il cerimoniale diplomatico è lì per una ragione, proprio per evitare queste assurdità che non feriscono il singolo, ma l’intero popolo che rappresenta. Addirittura via dal pranzo comune previsto. Dopo questa sceneggiata, in che modo l’obiettivo diplomatico di ottenere la pace è più vicino? Si fa questa cosa per i like sui social, come un balletto su TikTok, fossimo in Italia diremmo “Trump asfalta Zelensky”. Si, e poi?Poi una cosa su “Zelensky asfaltato”. L’intero punto di tutta la guerra non è smettere di combattere, è smettere di combattere con qualcosa che impedisca alla guerra di tornare domani, è un problema di garanzie. Tutto quello che è stato detto da Mosca lascia capire che verrà accettata solo una Ucraina tipo Bielorussia. La richiesta di aderire alla NATO era solo questo, una questione di garanzie, nient’altro. Questo è quello che vuole l’Ucraina e l’obiettivo minimo di una pace che non sia sottomissione, anche con menomazioni territoriali. Trump – sedicente maestro negoziatore – ieri ha detto in tutti i modi a Zelensky “non hai carte in mano”, “non hai alternative”. Zelensky ha sicuramente enormi problemi in casa e sul fronte. A Zelensky viene rimproverato un debito quasi personale verso l’America di 500 miliardi di dollari. La cifra reale fornita dall’America è molto minore, ma non è questo il punto. Tu dici a uno a cui hai prestato tutti questi soldi che non ha alternative. C’è una cosa però che l’esperto bancarottiere Trump dovrebbe sapere molto bene. Se tu mi devi mille dollari tu hai un problema. Se tu mi devi 500 miliardi di dollari ho un problema io. Se l’Ucraina implodesse, in che modo l’America rivedrebbe indietro l’investimento? Mica è un investimento di Biden, è un investimento di tutto il paese. Come si preserva ‘investimento? Rendere un debito tanto grande inesigibile è una carta potente da avere in mano per il “maleducato” Zelensky.Sinceramente non si capisce nemmeno che carte abbia in mano Trump. Si vuole ritagliare un ruolo di “mediatore” che è assurdo vista le quantità di armi che l’America ha fornito. Che mediatore può essere? E’ una parte in causa. Poi si è messo con le spalle al muro nel momento stesso in cui ha detto di volere la fine della guerra a tutti i costi. L’obiettivo è nobile, ma non si capisce che leva negoziale si abbia di fronte alla controparte. Tu puoi alzare la pressione, lasciarla invariata o abbassarla. Se vuoi uscire, nessuno prenderà sul serio la tua minaccia di alzare la pressione. Poiché la controparte alza la pressione, se tu l’abbassi o la rendi costante, rendi la tua parte debole. Se tu tiri fuori dal tavolo anche solo l’ipotesi di alzare la pressione, che carte hai tu in mano? “Me ne voglio andare, e se mi fate incazzare, me ne andrò ancora più velocemente, ma se proprio mi fate inviperire, me ne andrò furiosamente e lascerò sul campo 500 miliardi di dollari sbattendo pure la porta”. Quali sono le conseguenze di tutto questo? Un America irrilevante. Nei prossimi anni l’America rischia di essere irrilevante, non perché poco potente, l’America resterà un paese molto potente. Ma sarà un paese talmente concentrato sulla sua politica interna, sull’own the libs, sui like ottenuti sui social che all’estero non sarà capace di esercitare alcuna influenza degna di nota. Guai a farlo notare in patria, il modo in cui tutti i ministri di Trump si sono congratulati per lo spettacolo di ieri fa capire nessuno oserà dire quello che pensa davvero. In genere queste situazioni non finiscono bene.
Non dobbiamo farci trarre in inganno dalle sparate di Trump o di Musk. Quello che sta succedendo, al di là dei modi villani, è qualcosa di profondo e forse inevitabile. Con un’altra presidenza sarebbe andato avanti nello stesso modo. solo con qualche chiazza di velluto in più sui guanti, qualche svarione diplomatico in meno, meno sbragature e risse da wrestling.
Avremmo “lollato” di meno, ma non sarebbe cambiata la sostanza. Gli Stati Uniti d’America hanno scoperto quello che altri imperi come quello francese e britannico hanno scoperto tanti anni fa. L’impero costa. Costa ogni giorno di più, mantenere quelle migliaia di soldati all’estero, pagare loro i salari, le trasferte, gli equipaggiamenti, le basi, con i loro perimetri di sicurezza, i condizionatori e i burger king all’interno. La burocrazia imperiale costa. Si chiami USAID, si chiami in qualsiasi altro modo, comprarsi influenza sul mondo costa soldi, molti soldi, e tempo molto tempo. Ha tempo l’America? Non sembrerebbe. Le porte della capitale dovevano essere sempre aperte a nuove persone, nuovi volti, l’impero è inclusivo, deve esserlo. Gli imperatori romani nati da ogni provincia dell’impero, il georgiano Stalin che guida la Russia, etc etc. La Francia metropolitana che deve dare la cittadinanza alle colonie, accoglierle. Può farlo direttamente, con metodi “democratici”, oppure accettando giannizzeri, come faceva l’impero ottomano, oppure con ampi programmi di DEI, con il mantra della meritocrazia aperta ai “migliori del mondo” ma non cambia la sostanza, i quadri dell’impero devono sempre espandersi. La necessità economica di assorbire l’eccesso di offerta altrui per tenere nell’orbita commerciale, di indebitarsi, di declinare lentamente. La capitale deve sempre essere splendida, anche quando è piena di vagabondi. Un impero a un certo punto dice: le mie forze non mi permettono più di sostenere un corpo così ampio. Non è un processo che dura un giorno solo, come non è durato un giorno solo in Francia e Gran Bretagna, si è andati avanti e indietro, concessioni di indipendenza e ripensamenti, come a Suez o in Algeria, fino a non mollare del tutto la presa. La Francia ha ancora la Nuova Caledonia, dirimpetto l’Australia, e la Guyana francese, confinante con il Brasile, l’UK le Falkland, Gibilterra etc.
I ripensamenti riguardano anche il successore dell’impero russo, che sogna di estendersi di nuovo ricco e potente come fu l’URSS. Putin ha definita la caduta dell’impero sovietico alla conferenza di Monaco “catastrofe geopolitica”, come fosse un terremoto o la caduta di un masso, dimenticando che gli imperi declinano e si sfaldano perché perdono forza, vigore. Per questo ha lanciato il suo paese in una sanguinosa prova di forza imperiale, prova che se sta ancora combattendo dopo tre anni ha clamorosamente perso. L’URSS è crollata per un motivo, e non è stata una fatalità. Succederà così anche con l’America, si mollano gli ormeggi, ci si ritira nei propri interessi vicini, che scendono nella piramide di Maslow dei bisogni, sempre meno globalizzata e sempre più gretta.
Dall’esportare la democrazia fino al concupire le risorse minerarie della Groenlandia e del Canada. Tutto fa brodo per una volpe che ha riscoperto i pollai della zona. L’America di oggi non si sente tanto forte da essere magnanima, non è tanto ricca da poter dare aiuti disinteressati. L’Ucraina ci restituisca i debiti, Zelensky invocava pallottole, invece ha ricevuto il pallottoliere. Si torna agli interessi primari, l’emisfero occidentale, e forse nemmeno tutto, forse solo quello nord occidentale, quello meridionale, chissene, tanto arrivano solo migranti, con buona pace della dottrina Monroe. Taiwan? Che se la prendano, d’altronde come possono sperare di difenderla? La Cina ha una marina più grande della nostra. I cantieri americani sono messi talmente male che si sono dovuti affidare agli italiani per ritornare a produrre qualcosa. C’è dell’Ironia, da Amerigo Vespucci che venne su una barca a nominare il continente, a Fincantieri, che torna sul continente a produrre barche. Il confronto strategico con la Cina? Non sembra più una sfida per il mondo, al massimo una sfida per non essere invasi, si gioca di rimessa, preparandosi per il male in peggio. L’impero costa signori, e gli imperatori sono troppo nudi per fare ancora loro credito. Fortuna almeo che l’imperatore come mamma l’ha fatto offre uno spettacolo così scatenato e divertente.
Tre anni di guerra in Ucraina. Si potrebbero dire molte cose, ma una forse è la più importante, e non è stata compresa in fondo. Si è detto che l’Europa ha aiutato l’Ucraina perché “serva degli Stati Uniti”, loro premono un bottone e noi – telecomandati – obbediamo, contro i nostri interessi, perché siamo scemi. Non si considera il fatto che il progetto europeo è strutturalmente incompatibile con una grande potenza militare espansionista alle sue porte. O c’è l’UE anseatica e commerciale o c’è la Russia neozarista e militarista. Si può e si deve coesistere, ma non su faglie attive di scontro. Ecco perché i paesi pro-europei – o quelli più scettici che non hanno ancora capito co con cosa sostituire l’UE tipo l’Italia di Meloni – sostengono l’Ucraina, e la sostengono attraverso i governi di orientamento diverso. Ecco perché i paesi che vogliono invece la distruzione dell’EU (senza smettere di mungere soldi però) come l’Ungheria, sono antiucraini. Il progetto russo neozarista non è incompatibile invece con l’America sia imperiale che isolazionista di Donald Trump, al contrario. Se Putin può prendersi il Donbass, Trump può bene annettersi la Groenlandia. Ma per l’Unione Europea ritornare a queste dinamiche vorrebbe dire ritornare alle dinamiche di potenza che erano la regola dal 1500 al 1945. Nessuno vuole più pattugliare il confine con la Germania, o fortificare di nuovo il confine tra Francia e Piemonte. Se fossimo stati sempre e solo telecomandati da Washington, lo saremmo anche adesso e obbediremmo e basta. L’esclusione dai negoziati tra Russia e America riflette non tanto la nostra impotenza (visto che il sostegno europeo perl’Ucraina è importante tanto quanto quello americano e forse anche di più), quanto questa incompatibilità esistenziale. La Russia di Putin vuole distruggerci per essere di nuovo il lupo più grosso e forte del branco. L’America di Trump vuole distruggerci per fare affari con gli altri lupi più grandi e forti. Non c’è uno scenario possibile in cui questo posso andare a nostro favore. La questione degli immigrati, delle persone trans nelle competizioni sportive, sono solo giganteschi specchietti per le allodole in questa lotta per il predominio. Non lasciamoci abbagliare.
Interessante come proprio sull’Ucraina vengano fuori le prime crepe serie con i MAGA in campo repubblicano e conservatore. Intellettuali come Niall Ferguson, giornali come il New York Post, un manipolo di deputati e senatori. Ancora poco, ma la capacità dei MAGA di imporsi come movimento rivoluzionario dipende molto più da come viene gestita l’opposizione interna che non da quella esterna, esattaente come per i bolscevichi l’eliminazione di dissidenti e menscevichi fu molto più importante della gestione dei bianchi e degli zaristi. Fino ad adesso il tutto è stato gestito con enorme insipienza: Bannon fa esplicitamente il saluto romano, non si sa perché, in un paese anglosassone che quelle cose non le comprende, non le ha proprio nel DNA. Musk ormai è completamente fuori controllo, persino più del solito, litiga con chiunque non si capisce bene perché. Vance si comporta da raffinato intellettuale conservatore, peccato che invece sia il vicepresidente. Il doppio ruolo non ha funzionato per Marcello Pera ai tempi, figuriamoci per lui. Tutto questo mentre è iniziata una enorme battaglia indiscriminata contro la burocrazia interna, che resta gigantesca, tentacolare e potente, e contro la tradizionale rete di alleanze estere, che ha molti sostenitori interni, per esempio l’industria degli armamenti. Se passa l’appeasement con Putin, a chi li venderà la Lockheed Martin gli F35, alla Russia? Ricordiamo che queste costosissime armi possono pure essere disabilitate da remoto praticamente come un Iphone smarrito. La maggioranza alle camere è risicata, bastano pochi “ripensamenti di coscienza” più o meno spontanei per bloccare l’azione del governo. Inoltre la gente comune o meno inizia a sentire il peso delle politiche identitarie del nuovo governo. Sono tantissimi gli americani di origine latina, che si vedono amici deportati in massa e proibito il ricongiungimento familiare, mentre fanno esperienza di un dileggio assolutamente gratuito tipo “Gulf of America”. Personaggi in vista, come la supermodella trans Hunter Schafer, la protagonista di Euphoria, una che ha cambiato felicemente sesso a quattordici anni, e che ha appena ricevuto il suo primo passaporto adulto con scritto sopra “sesso M”, perché “quello c’era scritto sul certificato di nascita” dimostrando quanto la scelte “volute da Dio” e “fondate sulla biologia” possano essere in realtà ideologiche e violente. Passato il primo mese di shock, anche l’opposizione democratica sta iniziando a reagire e a passare in massa al principale strumento d’opposizione, i tribunali. In un paese di common law, di assetto federale, dove i governatori hanno il controllo delle rispettive guardie nazionali i contrappesi non mancano. Inoltre, il secondo emendamento non vale solo per i Proud Boys, le armi in casa le hanno molti. Quindi quattro anni di guerra civile? Personalmente non credo. Più verosimili quattro anni di paese bloccato in polemiche e guerre intestine inutili, che straparla della propria centralità e del proprio “destino manifesto”, mentre il resto del mondo va serenamente per la propria strada, annuendo ogni tanto, sempre più distrattamente, verso l’ennesima sparata da oltreoceano.
Stavo ripensando ieri ai tagli indiscriminati alla macchina pubblica americana e sono convinto che ci sia qualcosa sotto, qualcosa che potrebbe non essere quello che pensiamo. Dal punto di vista culturalmente libertariano di Musk la macchina di governo è un puro spreco di soldi, nient’altro che questo. Siccome ha fatto altro tutto la vita Musk non ha idea di cosa faccia davvero una amministrazione pubblica e per lui potrebbero anche andare tutti a casa subito. Purtroppo essendo l’uomo più ricco del mondo non ritiene di dover più imparare nulla dalla vita e quindi licenzia a pioggia, o fa licenziare dai suoi “soldati bambino” smanettoni. In questo senso è quello che avrebbe fattoo Milton Friedman se avesse avuto la mannaia, è simile alle azioni di Milei in Argentina , o a quello che sogna Balaji Sivrinasan nel suo “The Netwok State”. Musk li licenzierebbe tutti, subito, ripartendo da zero con il minimo necessario per fare le cose minime che uno stato deve fare. Ayn Rand dall’oltretomba gode. Ma questo non dovrebbe essere il punto di vista di Trump. Trump è il presidente degli Stati Uniti d’America, quei dipendenti pubblici sono il suo esercito, che risponderà ai suoi ordini. Quale generale vuole avere meno soldati sul campo? Chi vuole avere meno efficienza, meno ruoli, meno persone sotto di sé? Significherebbe una riduzione del proprio status. Se c’è un fattore ideologico, un presunto pregiudizio a sinistra della macchina pubblica, esemplificato dalle donazione ai partiti effettuati a Washington, questo significherebbe licenziare in modo mirato e ideologico, non indiscriminato come sta avvenendo, non a pioggia. In genere i governi autoritari – quale si teme quello di Trump stia diventando – aumentano la potenza e la rilevanza dell’apparato statale. Perché abbattere la macchina pubblica, allora? Questa roba non ha senso, a meno che l’obiettivo vero non sia un un altro, ed è quello che probabilmente ha promesso Musk a Trump. La ragione per cui va e chiede accesso ai dati non è controllare il governo, ma automatizzarlo. Musk ha probabilmente detto che lui riesce a sostituire la macchina pubblica americana con una AI altissimamente performante. Per questo al DOGE ci sta andando con degli smanettoni. Per questo copia i dati governativi. Per questo licenzia tutti: vuole dimostrare che la sua AI sarà più efficiente dei dipendenti licenziati, e ancora più obbediente a Trump della inefficiente macchina burocratica umana. Per questo l’incarico è a tempo. Per questo stanno rilasciando Grok 3. Musk vuole dimostrare di poter automatizzare gli impiegati pubblici del mondo, un esperimento mai tentato prima, e che gli darebbe un vantaggio rispetto alla odiatissima concorrenza di Sam Altman e OpenAI, che a questi dati nemmeno possono sognare di accedere. Per questo Trump lo lascia fare felice, gli sono stati promessi capra e cavoli, macchina efficiente, potente e automatica. Il tempo ci darà se questa ipotesi era corretta o meno. Al momento è l’unica che nella mia testa possa avere un qualche senso rispetto a quello che sta accadendo, che altrimenti è francamente assurdo. Musk non vuole un governo fascista, non vuole proprio nessun governo, e questa è l’occasione della sua vita per dimostrare che il governo non serve affatto.
Foto generata da Grok, perché che diavolo, è bello usare le loro cose contro di loro.
Il titolo di questo post può sembrare una provocazione. Si può davvero paragonare l’uomo che ha inventato il settore dell’auto elettrica, introdotto i razzi riutilizzabili nella corsa allo spazio, lanciato una serie di interfacce neurali che rasentano la magia come quelle di Neuralink alla tipa che si è fatta un sacco di selfie e ha sposato Fedez? Secondo noi in realtà sì, per ragioni che non sono ovvie a prima vista.
Innanzitutto sarebbe molto riduttivo parlare di Chiara Ferragni in questo modo, lei è stata infinitamente di più di una vanesia che ci inondava di propri selfie. I selfie di Chiara Ferragni erano solo un mezzo per realizzare il suo più grande prodotto, ovvero il mito di se stessa, della sua vita stupenda da desiderare e imitare. L’imprenditrice Chiara Ferragni ha venduto questo prodotto su scala industriale: messaggi promozionali, prodotti con marchio proprio, pubblicità tradizionali. Chiara Ferragni è stata una geniale imprenditrice della propria immagine pubblica.
Elon Musk sulla carta produce auto, razzi, connettività, cose tangibili. Ma le aziende di Elon Musk, spesso messe insieme a Google, Apple, Facebook e Amazon o Microsoft in realtà se ne distaccano in modo sostanziale.
Le quotazioni di borsa di Apple dipendono da quanti dispositivi vende. Se le vendite sono superiori, o inferiori alle aspettative, il titolo viene premiato o punito. Facebook e Google fanno qualcosa di simile con la pubblicità online. Microsoft deve vendere licenze software e servizi cloud, Amazon deve proprio vendere prodotti fisici, spedirli e farli arrivare a casa, oppure fornire i propri servizi cloud (un business incredibilmente redditizio). Il legame con questi fondamentali di mercato è sempre stato chiaro.
Nel caso delle aziende di Elon Musk la scommessa dei mercati è leggermente diversa. Nel 2023, l’anno migliore per Tesla, il produttore di auto elettriche ha venduto 1,8 milioni di autoveicoli. Il gruppo General Motors 6,2 milioni di autoveicoli. Sapete quanto capitalizza in borsa General Motors attualmente? 48 miliardi di dollari. Tesla invece capitalizza 1112 miliardi di dollari. Tesla capitalizza 23 volte General Motors, pur vendendo un quarto dei suoi veicoli. Volendo dividere la capitalizzazione di borsa per i veicoli venduti, potremmo dire che la borsa valuta ogni Tesla venduta quanto 100 veicoli General Motors venduti.
La borsa azionaria non è folle: semplicemente ritiene le prospettive di crescita, la visione di business di Tesla, la capacità futura di generare soldi con le auto che si pilotano da sole, i robotaxi, l’intelligenza artificiale etc. come 100 volte più importante di quella di un costruttore di auto tradizionale. Dietro questo premio, c’è la capacità di Elon Musk di vendere il Futuro, di convincere gli investitori che la sua visione è quella giusta per il futuro, che investendo con lui si faranno cose incredibili, dal acchiappare razzi grandi come un palazzo al volo con delle bacchette di metallo fino a pilotare fluidamente un cursore sullo schermo con il pensiero. Tutti questi sarebbero stati però solo numeri di circo se non ci fosse dietro la capacità di convincere dipendenti, investitori, il mercato della propria visione del futuro. Allo stesso modo Chiara Ferragni aveva convinto milioni di follower i più grandi marchi del settore della moda che quello che faceva lei era la cosa cool che tutti avrebbero voluto essere e avere. Non era il suo essere una bella ragazza, il suo essere sposata con Fedez, i loro figli stupendi, il loro attico, la sua borsetta, il matrimonio in Sicilia…erano tutte queste inestricabilmente legate insieme.
Elon Musk ha 217 milioni di followers su Twitter/X. Chiara Ferragni ne aveva anche lei milioni. Ma non sono due influencer per via dei follower che hanno, al contrario: hanno così tanti follower perché sono influencer, possiedono l’innata capacità di influenzare le persone intorno a loro.
Musk ogni tanto dice “questo è il futuro” e lo persegue con cieca determinazione e convince il mondo intero a seguirlo. Da inguardabili emuli elettrici e moderni della Fiat Multipla come il Cybertruck, fino alla fregola di andare su un pianeta, Marte, ancora sfortunatamente privo di atmosfera: magari ipotizza di fare come il Gerarca Barbagli di “Fascisti su Marte”, e riuscire a respirare con la sola forza della propria maschia volontà. Musk ha capacità di influenzare persone, che lo seguono, e lo rendono ricco oltre ogni immaginazione. Ma la capacità di influenzare precede i soldi, come precede i follower, precede persino il successo aziendale, perché diventa capacità di ispirare i tuoi dipendenti, quelli che realmente porteranno a casa il risultato. E di convincere gli investitori, che sono poi quelli che ti daranno il capitale.
Ultimamente Musk – come tutti sapete – si è lanciato in una crociata ideologica e politica contro il mondo cosiddetto woke, dove lui con questa parola intende più o meno tutto quello a sinistra del MAGA di Trump e dell’AfD. Musk sembra essersi tuffato anima e corpo in questa missione. Sembra assurdo credere che fino all’attentato subito da Trump a Butler nel Luglio 2024 Musk non aveva ancora nemmeno fatto ufficialmente endorsement. Sono passati a malapena sei mesi, adesso i due sembrano inscindibili. In questa fase storica, Elon Musk sembra diventato pericolosissimo, e in molti si chiedono se e come sia possibile sconfiggerlo politicamente.
Qui ci sono due strade. Se pensiamo che l’uomo più ricco del mondo, l’uomo con più tecnologia del mondo, riesce a controllare direttamente l’uomo più potente del mondo, l’inquilino della Casa Bianca noi che possibilità abbiamo? Nessuna, noi abbiamo già perso.
Se invece consideriamo come la capacità di influenzare, di vendere il prodotto futuro sia centrale per Elon Musk abbiamo ancora una speranza contro di lui, perché ci siamo liberati in qualche modo di Chiara Ferragni, o almeno della sua immagine pubblica.
L’influencer ha un fondo di narcisismo patologico. Ama vedere il suo potere specchiarsi nella capacità di spingere gli altri a fare quello che vuole, ha un bisogno patologico di essere amato e idolatrato. Quindi ama i riflettori, ama talmente tanto i riflettori da volerli saturare, da voler essere ovunque.
Come sa chiunque abbia mai visto un palco da vicino, i riflettori non si limitano a illuminare, sono talmente forti da bruciare chi si trattiene troppo a lungo sotto di loro. L’influencer tende a saturare ogni spazio disponibile, a lanciarsi in interviste fiume da 8 ore come ha fatto Musk da Lex Friedman, l’influencer si trova sempre più in balia del suo narcisismo. Quando è così, l’influencer è in una fase terminale della propria esposizione pubblica, è come la falena che si avvicina alla candela, e non sa che ne verrà bruciata e consumata.
L’influencer è ovunque, finché di colpo non è da nessuna parte. Tutti lo seguono, finché nessuno più lo fa. L’onnipresenza è la fase finale del ciclo di vita dell’influencer, perché perde lo strumento principale della sua attività, non l’attenzione o la ribalta pubblica (quella semmai è uno strumento), ma la sua capacità di influenzare. La perde proprio perché si espone troppo, perché si avvicina troppo alla fiammella.
Musk sembra onnipotente. Ma Musk è l’uomo più ricco del mondo essenzialmente per le azioni di Tesla. Tesla è sempre stata la sua cassaforte. Tesla perde quote di mercato per due motivi. Il primo è la presenza di produttori cinesi sempre più aggressivi, con tecnologia propria e di primo livello, tipo Byd. Il secondo – che inizia da pochissimo a mostrare i suoi effetti – è il fatto che i consumatori progressisti (una buona fetta del pubblico delle auto elettriche) ha iniziato a snobbare Tesla. Le vendite in Europa sono letteralmente precipitate di recente. Questo non sarebbe un problema, se non fosse per le quotazioni azionarie del titolo Tesla, quotazioni da cui ha tratto la sua spropositata ricchezza. Se cade Tesla, la sua ricchezza sarebbe sempre colossale, ma non più la maggiore del mondo.
Andiamo al livello politico. Musk sembra potentissimo. Ma il credito che ha comprato con Donald Trump non è una cambiale in bianco. Trump ha 78 anni, e ragionevolmente non potrà correre per un altro mandato. Musk non ha nemmeno un ministero formale, ha solo un incarico a tempo. Se Trump decidesse di averne abbastanza di lui, Musk cosa può fare? A chi può rivolgersi? Musk in questo caso si troverebbe con Twitter/X in perdita cronica, avrebbe sempre SpaceX, Starlink, Neuralink e altra aziende non quotate in borsa. Resterebbe un uomo molto ricco e potente, ma senza questa capacità sovraumana di fare danni. Anche la Ferragni è ancora una donna molto facoltosa e in vista, pur dopo aver perso il suo potere sovraumano di influenzare con la propria immagine .
Musk potrebbe presto smettere di venderci il futuro, o noi potremmo decidere presto di comprarlo altrove. E’ lodevole cercare di raggiungere pianeti lontani, ma se cerchi di compiere questa impresa mentre metà del pianeta ti dice “ecco, vattene al diavolo su Marte e non tornare più”, probabilmente stai sbagliando qualcosa. Non sappiamo dove lo porterà il viaggio che ha intrapreso nell’Ottobre 2022, quando acquistò Twitter. Per ora sembra un viaggio verso una destinazione molto lontana e ancora senza ritorno.
Per uno scherzo del destino, l’organizzazione governativa affidata a Elon Musk, D.O.G.E., ha un nome che suona molto simile a quello del capo dello stato dell’antica Repubblica di Venezia. Se però nella Repubblica Marinara il Doge si muoveva a bordo di una elegantissima nave chiamata “Bucintoro”, il D.O.G.E. di Elon Musk si muoverebbe piuttosto a bordo di una nave dei pirati. E non i pirati buoni e idealizzati tipo Jack Sparrow, ma pirati veri e terrificanti tipo quelli del ciclo di Tortuga di Valerio Evangelisti. Le modalità con cui Elon Musk si è avvicinato al suo incarico di “tagliatore di costi” della macchina pubblica americana nel nuovo dipartimento D.O.G.E. (Department Of Govern Efficiency) offre una prospettiva interessante sul suo modo di ragionare e sulle sue finalità politiche.
L’archetipo del D.O.G.E. è stata l’acquisizione di Twitter nel 2022. Elon Musk per la maggior parte della sua vita professionale ha sempre fondato aziende da zero (SpaceX, Neuralink, Starlink, xAI), oppure vi è entrato in una fase della vita aziendale talmente embrionale che è come se le avesse fondate (vedi Tesla, per la quale non a caso ha ottenuto in tribunale il diritto di definirsi “cofondatore”). Musk non ha mai avuto bisogno di ristrutturare completamente un’azienda, ha sempre lasciato crescere le proprie imprese organicamente nella direzione che voleva lui. Twitter è stato il primo caso in cui Musk ha comprato una azienda matura, con molti anni di storia alle spalle, e molti dipendenti, a suo giudizio fin troppi. Twitter aveva noti problemi di redditività. Musk – dopo averla comprata quasi controvoglia – è entrato poi trionfalmente nella sede principale dell’azienda a San Francisco con un lavandino in mano, per dire “let that sink in”, un gioco di parole con sink, “lavandino” in inglese, espressione grosso modo traducibile con “lasciamoci del tempo per digerire la cosa”.
Chi non ha avuto tempo per digerire la cosa sono stati i poveri dipendenti di Twitter. L’ottanta per cento di loro è stato licenziato dall’oggi al domani, indipendentemente dal grado di dedizione (o per meglio dire, prostrazione) agli obiettivi aziendali mostrato. Non a caso molti di loro hanno paragonato la situazione con il nuovo capo e il suo entourage a quella dei “Mangiamorte” di Voldemort nella famosa serie di Harry Potter.
Sia chiaro, Twitter, Inc. (ovvero Incorporated) era una azienda privata, Musk l’ha acquistata contraendo un enorme debito, quindi aveva ogni diritto di ristrutturarla come meglio credeva. Le conseguenze sul dibattito pubblico della privatizzazione totale delle piattaforme social sono più responsabilità politica di governi e parlamenti che colpa diretta di Musk (o Zuckerberg, per quel che cambia). Per anni la questione dei social media non è stata affrontata in maniera organica dai legislatori, lasciando le piattaforme dove si esprime la libertà costituzionale d’opinione e si forma il dibattito pubblico di intere nazioni in balia di autentici Robber Barons, “tutto quello che avviene qui dietro è mio“. Il paragone corretto è un pub in cui non solo i tavoli e le attrezzature, ma anche tutto quello che viene detto lì dentro dagli avventori finisce per appartenere al proprietario del locale. Non si contestano quindi i licenziamenti in sé, che restano purtroppo prerogativa di ogni imprenditore, ma le modalità – francamente disgustose – con cui questi sono avvenuti.
Dall’offesa gratuita e vigliacca a dei dipendenti disabili, fino allo sviluppatore dell’app Android accusato in pubblico di aver prodotto una app lenta. Lo sviluppatore si era visto accusare di aver lavorato male, producendo una app lenta “che faceva migliaia di RPC al minuto” (segnatevi il termine RPC, ci torneremo tra un minuto). Lo sviluppatore ha provato a difendersi sul social (in fondo era il suo lavoro a essere sputtanato di fronte a centinaia di milioni di persone). Qualcuno aveva fatto notare “dovresti chiarire queste cose in privato con il tuo capo”, al che lui ha correttamente risposto “il mio capo le avrebbe potute chiedere in privato sui nostri canali aziendali tipo slack” per poi finire licenziato in pochi minuti tra le ghignate della combriccola di Musk su Twitter.
A prescindere dal caso che umanamente e professionalmente si commenta da solo, è estremamente interessante il fatto che Musk all’inizio dell’acquisizione di Twitter sembrasse ossessionato dalla “lentezza” di Twitter. Musk sembrava dover per forza individuare un problema tecnico da risolvere. Ovviamente sistemi della dimensione di Twitter presentano sfide tecnologiche non indifferenti. Milioni di utenti in contemporanea, che commentano, rispondono, ricondividono, il cui feed va personalizzato ogni volta, il tutto per di più in tempo reale. Questi problemi però erano ben lontani dal rendere l’esperienza ingestibile, e soprattutto sono risolvibili scalando e ottimizzando le proprie infrastrutture. Tutto può essere migliorato, ma se Twitter aveva problemi di cassa non ero certo per via dell’app lenta. Musk invece sembrava ossessionato da questa performance, “adesso dovrebbe essere più veloce”, miglioramento che nessuno degli utenti sembrava avere particolarmente a cuore. In tutto questo Musk usa questo termine “RPC”, letteralmente “Remote Procedure Call”, un termine che gli informatici hanno più o meno smesso di usare da circa 20 anni. Probabilmente l’ultima volta che ho sentito questo termine è stato il 2003, che guarda caso è più o meno quando Elon Musk ha smesso di occuparsi attivamente di software (ha venduto PayPal nel 2002). Però Musk sembrava avere molto a cuore questa sua qualifica di CTO, Chief Technical Officer, anzi, è l’unico titolo in Twitter che ha conversato dopo aver nominato la nuova CEO Linda Yaccarino. Musk non esitava a parlare una sorta di linguaggio pseudotecnico che sembrava avere senso solo in superficie, per chi non aveva davvero contezza della materia, come notava anche Rod Hilton.
Così l’utente Rod Hilton commentava le sue impressioni su Musk verso la fine del 2022.
Certo, tenere l’app in funzione licenziando a pioggia 4 dipendenti su 5 è una sfida notevole, non lo nega nessuno, ma è anche una sfida in cui ti sei voluto infilare tu, una sfida manageriale e finanziaria, quando non ideologica. Ma di certo nessuno ti obbliga a volere sembrare competente abbastanza da gestire una infrastruttura complessa come quella di Twitter, specie dopo aver fatto tutt’altro di mestiere per oltre vent’anni. Conoscere queste tematiche e restare aggiornati è un lavoro a tempo pieno, una cosa che già un semplice manager di un reparto di Software Development fa fatica a fare, figuriamoci il CEO di Tesla e SpaceX. Questo non significa nemmeno accusare Elon Musk di non “essere capace”, sicuramente lo sarebbe, è una pura questione di tempo (e di umiltà), non è umanamente possibile restare al passo in così tanti campi così sfidanti, innovativi e mutevoli. Ma lui a questo aspetto “tecnologico” sembrava tenerci enormemente, perché era il suo grimaldello, il primo della sua cassetta degli attrezzi per scassinare aziende e istituzioni esistenti.
La nuova bio di Musk su X.
Lo sta usando ancora adesso. Anche adesso nel suo nuovo ruolo politico, si vuole vendere come “White House Tech Support”, come si firma adesso su X, il nuovo nome di Twitter. Ci tiene ad apparire in una veste tecnica. Si è recato nelle agenzie federali con degli smanettoni di 19 anni e ha chiesto “l’accesso ai database”. Occupandomi di architetture software da un po’, non ho idea di cosa si possa capire nel 2025 a partire dalla tabella di un database, proprio non lo so. Spesso sono tabelle tecniche, metadati, complesse strutture di database NOSQL, oggetti JSON. A volte è difficile capire cosa c’è scritto su un database di una applicazione che hai scritto tu, figuriamoci su una che non hai mai visto prima. Poi non si capisce perché sia interessato solo ai database, e non alle mille fonti di contenuti di cui in genere una grande organizzazione dispone e su cui lavora, da Microsoft Sharepoint agli altri Enterprise Content Management (ECM). Però l’accesso deve essere “read-only”, come si sono affrettati a spiegare, qualunque cosa significhi in questo caso. Anche se usasse qualche presunta “magia” legata all’Artificial Intelligence, risulterebbe praticamente impossibile capire qualcosa di come funziona una organizzazione complessa come una agenzia federale semplicemente “accedendo ai suoi database”. Sono dati che se non hai qualcuno che te li spiega per filo e per segno PER GIORNI, non hai nessuna chance nemmeno di iniziare a capire . Eppure i 19enni di Elon, gente che probabilmente non ha mai visto i sistemi una agenzia governativa così grande, devono capire tutto al volo e giudicare in quindici minuti se il tuo lavoro è degno o meno. Chiaramente si sta parlando d’altro: ma di cosa di preciso?
Se io parlo all’uomo della strada di “accesso al database”, si accenderà in lui una lampadina tipo film del 1986 in cui “accesso al database” da parte di un hacker su una tastiera di un monitor a fosfori verdi voleva dire “accesso completo, totale”. “Accesso al database” ti permette di dare alle persone non specializzate l’idea che tu abbia compreso tutto di quella organizzazione, che non abbia più segreti per te. “Accesso al database” è una parolina magica che nei non addetti ai lavori accende la visione di poteri informatici quasi sovrannaturali. Il senso di rivendersi “l’accesso al database” è “spezzare le reni” a una organizzazione, prostrarla, essere in grado di riplasmarla secondo una motivazione solo apparentemente tecnica, “il database ha detto che…”. Il Database ha detto che siete corrotti, inefficienti, che sprecate denaro pubblico. Chi di voi, comuni mortali, oserebbe contraddire il potente database? Ma il database, se non correttamente interpretato, non dice proprio un bel nulla.
Questo è il primo strumento utilizzato. Il secondo appartiene all’armamentario di ristrutturazione aziendale già sviluppato su Twitter ed è “lo scandalo morale”, la “corruzione oltre ogni immaginazione”. Questo aspetto merita un approfondimento . Musk ha continuamente lasciato intendere che dentro Twitter fossero accaduti “scandali senza nome”, “corruzioni gravissime”, “scene del crimine senza precedenti”. Famoso è il suo tweet “Twitter è sia un’azienda di social media che una scena del crimine“.
L’iconico tweet di Musk sui “crimini” di Twitter.
Musk aveva denunciato come scandalosi alcuni casi risalenti alla vecchia gestione di shadow banning, vuol dire “sparizione” di alcuni contenuti e/o parole chiave. Inoltre aveva messo alla berlina contatti diretti con l’FBI e altre agenzie governative su alcuni casi specifici. Questo “incredibile scandalo” sarebbe poi diventato i Twitter Files, dati in pasto a giornalisti non esattamente neutrali come Matt Taibbi e Bari Weiss. Senza voler difendere assolutamente le ingerenze governative su un social media, ingerenze che in un mondo ideale andrebbero sempre condannate, mi stupisce che queste ingerenze stupiscano, mi sembrano anzi molto inferiori a quelli che mi sarei aspettato per uno strumento così centrale nella formazione dell’opinione pubblica come Twitter. Qualsiasi cosa possano aver fatto i Twitter Files, o qualsiasi parola d’ordine relativa al laptop di Hunter Biden possano aver censurato, mi sembra comunque di ordini di grandezza meno grave di un attuale ministro del governo Trump che ha finanziato la sua campagna elettorale con centinaia di milioni di dollari mentre gestiva fisicamente gli algoritmi di visibilità di un social media tanto importante in piena campagna elettorale. Se i Twitter Files erano gravi, i Musk Files del futuro, che qualcuno un giorno raccoglierà, cosa saranno?
Il copione viene riutilizzato anche per USAID, “United States Agency for International Development”, l’agenzia americana che si occupa di aiuti internazionali. Laconici screeshots di non si capisce bene cosa vengono usati per denunciare “una corruzione senza precedenti”. Questa corruzione dovrebbe giustificare immediatamente misure drastiche di chiusura istantanea dell’agenzia. Fino a qualche giorno fa il sito usaid.gov dichiarava che tutti i dipendenti dell’agenzia, molti all’estero in regioni remotissime del globo per ragioni di servizio, avevano due settimane per mettersi in contatto con la sede centrale prima del licenziamento, grazie per il vostro servizio. Adesso il sito restituisce una pagina bianca, o forse è solo il vuoto dello squallore cosmico con cui Elon Musk è abituato a trattare i lavoratori che non ha assunto lui direttamente.
Qui c’è una differenza centrale con il caso Twitter. Nel caso Twitter, la denuncia di “corruzione senza precedenti” era funzionale a riplasmare l’azienda secondo i suoi desideri, in direzione ultraconservatrice. La corruzione senza precedenti era una excusatio non petita per portare Twitter (adesso ridenominato X) a sostenere Trump, l’AFD, la Lega e l’ultradestra mondiale. Però in teoria qui Musk avrebbe potuto farlo anche senza denunciare nessuna corruzione. Musk, avendo pagato 44 miliardi di dollari Twitter, poteva farne quello che voleva (non sono d’accordo con il principio, ma nei fatti è così). Musk avrebbe potuto trovare il peggio o il meglio dentro Twitter, non è importante, comunque alla fine la decisione è sua.
Ben diverso è il discorso nei presunti casi di corruzione dell’USAID. Se Musk trova casi di corruzione, Musk non ha nessun obbligo di chiudere, ha l’obbligo di denunciare. Se anche trovasse sul suo beneamato database una colonna di un tabella con un valore boolean “EMBAZZLEMENT” (corruzione) Vero/Falso non può lanciare sui social accuse di corruzione e malversazione (reati penali) senza che un magistrato intervenga. In ogni caso la corruzione non giustifica in nessun modo la chiusura di un istituto pubblico. Ci saranno stati anche casi di corruzione dentro il Pentagono, i colpevoli saranno stati puniti senza che nessuno per questo abbia proposto di sciogliere le intere Forze Armate Americane. Una agenzia può essere sciolta per decisione politica – rispettando le leggi – anche quando funziona in modo perfettamente onesto e trasparente.
Scrivo questo a prescindere da quanto io trovi personalmente osceno lo spettacolo di due miliardari al governo che come primo atto di governo cancellano di colpo una intera agenzia umanitaria, due miliardari che stanno lì a darsi il cinque e a “lollare” tra loro mentre potrebbero veramente esserci bambini in Africa che non riceveranno il vaccino antipolio perché chissà che diavolo ha visto il 19enne smanettone sgherro di Musk sul “database”. Come al solito Musk non sembra essere molto a proprio agio con gli ultimi della terra, per questo sono particolarmente surreali le storie strappalacrime su di lui generate dall’AI e recentemente comparse in rete.
Mentre analizziamo la componente tecnologica dell’approccio di Musk alle ristrutturazioni (“Sono il servizio IT, ho le chiavi del server, accedo ai database, il mio tecnosapere mi rende superiore a voi”) e la chiave morale (ventilare scandali di cui è informato solo lui ma non la magistratura), ci si può chiedere, qual è il senso di questo esercizio? Perché “tritare” così USAID?
Ritorniamo a Twitter. Adesso si chiama X: è stato abbandonato un nome iconico, che tutti conoscevano, diventato sinonimo di social media per una lettera dell’alfabeto impronunciabile in molte lingue, già questo fa capire il livello puramente ideologico delle scelte vendute come “di business”. X adesso ha un quinto dei dipendenti che aveva prima, ma ancora non produce utili, anche perché molti inserzionisti sono comprensibilmente scappati. Pare che forse adesso stiano tornando, vista il nuovo vento politico, ma non ancora in numero sufficiente a far registrare profitti.
Nel frattempo Musk e Yaccarino hanno denunciato gli inserzionisti, perché pare che solo Elon Musk possa fare quello che vuole con i suo soldi e le sue aziende, mentre gli altri invece hanno un obbligo morale e giuridico di fargli fare business. Vale così anche per i fondi pubblici, sono moralmente riprovevoli solo quelli ricevuti dalle altre aziende, quelli ricevuti dalle aziende di Musk invece sono sacrosanti.
Dopo tutti questi licenziamenti in Twitter/X siamo ancora al punto di partenza, non eravamo profittevoli nel 2022, e non siamo profittevoli nel 2025. Tuttavia X o Twitter ha assolto il suo obiettivo principale, ovvero far credere a Trump di essere stato determinante nella sua rielezione. Qui non siamo in grado di dire quanto la nuova direzione di X abbia davvero inciso, forse è stata la mosca cocchiera, forse ha fatto la differenza. Vige un discorso simile alle televisioni di Berlusconi in Italia negli anni passati (Berlusconi è sempre illuminante quando si parla di Trump, come scrive persino Francis Fukuyama).
Berlusconi ha vinto le elezioni con le televisioni, e le ha perse con le televisioni. Probabilmente Trump avrebbe vinto comunque contro una avversaria oggettivamente debole come Kamala Harris (debole perché lanciata all’ultimo minuto, senza una investitura popolare nelle primarie etc). Però Musk è riuscito comunque a guadagnarsi un posto alla corte del Re. La cosa divertente è che fino a prima dell’attentato di luglio alla vita di Trump, Musk non aveva ancora deciso di supportarlo ufficialmente. Fino a luglio, ovvero sei mesi fa, il binomio Musk Trump che adesso pare inscindibile nemmeno esisteva.
Se le benedette RPC “Remote Procedure Call” di Twitter, pardon X, adesso scorrono veloci come saette, eppure X non fa ancora soldi, cosa farà invece il D.O.G.E. per diminuire la spesa pubblica? Il D.O.G.E. sta scempiando l’agenzia umanitaria americana probabilmente solo per farne un esempio. Musk vuole mostrare agli altri enti federali che devono chinare il capo e mostrare obbedienza assoluta. Non può procedere con questa violenta rozzezza con il Pentagono o l’FBI (anche se all’FBI molte teste coinvolte nelle indagini su Trump sono rotolate), perché gli americani medi se ne accorgerebbero, invece se manca una tenda antimalarica in Africa, non ci sono mica problemi. Tanto ormai la gente non vuole mica stare meglio, vuole solo vedere soffrire chi sta peggio. Intanto giù brutali contro le minoranze, nel nome della crociata anti-DEI, Diversity, Equality and Inclusion, borse di studio tagliate e carriere bruciate, che non c’è tempo da perdere.
Inoltre, passate queste settimane “Shock and Awe”, sicuramente i giudici o la base repubblicana interverranno in qualche modo per porre freni alla brutalità del programma ideologico di sedicente risparmio. Al netto della retorica bellicosa, Musk alla fine non è mai andato davvero allo scontro finale con i giudici, sa bene che perderebbe, come è successo pure in Brasile, dove alla fine ha dovuto chinare il capo.
Ma il senso della brutalità del D.O.G.E. non è risparmiare denaro, ma domandare obbedienza assoluta, dissuadere dal desistere, mandare il messaggio che il vento è cambiato. Il senso del D.O.G.E. non è rendere più efficiente la macchina pubblica, compito che non si realizza con chiusure immediate e incentivi a pioggia per l’allontamento, incentivi che ovviamente favoriscono la fuoriuscita degli elementi migliori e più qualificati, persone che troverebbero sicuramente un lavoro fuori. E torniamo in laguna: il Doge di Venezia, che solo per un caso si chiama come lo Shiba Inu del meme a cui il dipartimento di Musk si ispira, era il capo di stato e il simbolo della Serenissima Repubblica, ma non era certo un sovrano assoluto. Era eletto a vita, ma il suo potere era fortemente limitato da un complesso sistema di istituzioni della Serenissima. Questi meccanismi di controllo servivano a evitare che il Doge potesse agire unilateralmente, unilateralmente come fa l’uomo più ricco del mondo Musk. In questo senso il D.O.G.E. di Musk e il Doge di Venezia sono figure antitetiche. Il Doge era un leader simbolico e a vita, ma dai potere reali molto limitati. Il D.O.G.E. di Musk si ammanta di efficienza e competenza tecnologica per dettare un potere assoluto e senza limite. Ma il nome del Doge di Venezia deriva dal latino Dux, condottiero, duce, una etimologia che, almeno a giudicare dalle amicizie politiche recenti e dagli inquietanti spasmi dell’avambraccio dell’imprenditore sudafricano, gli risulterebbe sicuramente gradita.
Il senso dell’acquisizione di Twitter prima e del D.O.G.E. adesso, acquisizioni avvenute seguendo lo stesso copione, è unicamente mandare un messaggio di obbedienza, spezzare le rotule di chi potrebbe ribellarsi ai nuovi padroni, portare un messaggio ideologico di “efficienza” veicolato da una incomprensibile coloritura tecnologica e morale. La sola cosa interessante, l’unica cosa non negativa nella tragedia, di un esperimento di questo tipo è che non si era mai visto una cosa del genere di questa scala in Occidente nei tempi recenti. A voler proprio cercare un silver lining nelle nuvole nerissime che si approssimano, per gli scienziati politici e sociali si tratta di una possibiiltà senza precedenti di trarre lezioni empiriche dalla gigantesca demolizione incontrollata dell’enorme burocrazia imperiale americana. La cosa più simile che mi viene in mente è quanto successo in Turchia dopo il golpe del 2015 contro Erdoğan. Cosa succederà? Cosa possiamo aspettarci? Chi sopravviverà a questa poco schumpeteriana “disruption” vedrà.
Trump vuole la Groenlandia, il Canale di Panama, il Canada e la Groenlandia. Ma in che modo è da prendere sul serio? Trump va preso completamente sul serio, e per nulla sul serio. Riprendendo la definizione dell’attuale assetto di potere come “ipnocrazia” fornita da Jianwei Xun, abbiamo i sacerdoti di nuove “narrazioni ipnotiche” che “modulano i desideri, riscrivono le aspettative, colonizzano l’inconscio“, attraverso una nuova forma di potere che “manipola la percezione, trasformando radicalmente il nostro rapporto con la realtà“.
Trump e Musk sono miliardari perché sono riusciti a farci sognare, non riescono a farci sognare perché sono miliardari. Moltissimi sono i miliardari privi di alcun rapporto con l’immaginazione collettiva. Il ruolo delle narrazioni, dei sogni e delle visioni è centrale in quello che fanno. Musk non è isolato in questo: molti fondatori di start up mettono al centro la “vision” e la “mission“. La realtà seguirà. Qualcosa arriva, qualcos’altro no, pazienza.
Le auto che si guidano da sole? E’ dal 2016 che sono a due anni di distanza da noi, poco importa che il primo video di allora fosse completamente finto. L’obiettivo è Marte, il filtro di Fermi, la “Fork on the Road”? Fork on the Road che non è solo una “opera d’arte” commissionata da Musk di abbacinante bruttezza, ma anche una email con cui – tramite incentivi a pioggia – si è tentato di azzoppare la macchina amministrativa americana (gli incentivi con buonuscita a pioggia fanno andare via i migliori, quelli che troverebbero lavoro subito fuori). Ma torniamo allo spazio: cosa respireremo su Marte, visto che non ha atmosfera? Dettagli, ci arriveremo. Intanto abbiamo i razzi riutilizzabili, bisogna guardare sempre la luna dietro, mai il dito che la indica. Sono imprenditori, dicono, la gente sceglie di dar loro i propri soldi. Ma è fondamentale capire che Musk e il pizzaiolo sotto casa sono solo nominalmente entrambi imprenditori, perché vendono cose molto diverse. Il pizzaiolo vende pizze, se non paga gli stipendi ai dipendenti, l’affitto al proprietario delle mura, l’energia del forno e le tasse chiude. Il suo prodotto è la ristorazione. Musk non ha venduto solo razzi riutilizzabili, auto elettriche e connettività satellitare: il vero prodotto di Musk è il FUTURO, un sogno appunto. Poco dopo il colloquio con Alice Weidel dell’ADF, Musk si è sentito in dovere di dire “e voglio andare su Marte”, mentre la candidata di estrema destra annuiva. Certamente vuoi andare su Marte, piccolo Elon, chi non vuole andare su Marte? Chi ti può ragionevolmente dire che non bisogna assolutamente andare su Marte? Che è male, haram, tabù, Verbot, andare su altri pianeti, che non avrà altri pianeta, che questa piccola, solitaria, laconica e striminzita “Blue Marble“? E’ l’equivalente geek della pace nel mondo per cui si sono ingiustamente ridicolizzate le aspiranti Miss Italia. Ma la pace del mondo è qualcosa di immensamente più nobile, elevato e persino plausibile di quello che ci rivende Musk. Onore a tutti coloro che l’hanno proposta da Kant alle concorrenti dei concorsi di bellezza.
La politica di Trump è molto simile, per questo lui e Musk si trovano bene assieme, sono colleghi nella rivendita ipnotica di sogni alle masse. Quando Trump dice “voglio il Canada”, non scherza, lo intende veramente, e fanno bene i canadesi a preoccuparsi. Vuole il Canada, sogna le sue risorse minerarie ed energetiche, l’accesso sconfinato all’Artico, ma soprattutto ha venduto questo sogno agli americani. Il sogno di una grande America maschia che si espande anche territorialmente, che diventa più grande e più forte, rispettata, il mito della frontiera. Trump va preso assolutamente sul serio quando dice che vuole il Canada, la Groenlandia, Panama e Gaza, ma al contempo non ha nessuna sorta di piano su come farlo: in questo senso non va assolutamente preso sul serio. Il piano in cui questi desideri si esplicano sono assolutamente onirici, ma onirici in senso politico. Trump non ha nessuno straccio di piano concreto: ha parlato di “51 stato americano”, ma non si capisce come un territorio canadese grande come tutti gli Stati Uniti dovrebbe diventare un unico stato aggiuntivo americano, esattamente come il Rhode Island, che è 3000 volte più piccolo del Canada. Il Canada ha 13 province, ed è anche amministrato in maniera federale o quasi: un piano sensato avrebbe incluso fare delle province canadesi 13 stati aggiuntivi americani, quindi “America a 63 stati”. Ma il Canada ha anche un problema linguistico, quasi 7 milioni di canadesi del Quebec sono francofoni, e sono gelosissimi della loro indipendenza. Che ne sarebbe di loro? Come prima mossa di governo Trump ha cancellato le pagine in spagnolo dal sito della Casa Bianca. Ricordiamo che ci sono in Texas e in New Mexico comunità che parlano spagnolo da secoli, senza dimenticare Puerto Rico (comunque cittadini americani). Sono oltre 43 milioni i cittadini americani che parlano spagnolo a casa, molti dei quali hanno supportato Trump e sono stati obliterati linguisticamente senza tanti complimenti in nome di un suprematismo in salsa WASP. Cosa accadrebbe ai francofoni canadesi? Inoltre il Canada è ancora una monarchia parlamentare. Il Capo dello stato Carlo III non avrebbe niente da dire? Come avverrebbe questa annessione? E quella della Groenlandia? E quella del Canale di Panama. Non se ne sa niente. Per questo Trump in una conferenza stampa ha risposto “no” alla domanda “può escludere l’uso della forza militare?”. Non può escludere nulla perché non ha nessun piano, non può escludere neppure l’intervento di Superman e di Godzilla, perché vorrebbe il Canada, ma come io in sogno vorrei avere i superpoteri. Non c’è nessuna considerazione morale in questo: gli stati fanno operazioni di influenza per portare altri stati all’annessione, o semplicemente sotto la propria orbita.
L’esempio russo con l’Ucraina è lampante: le operazioni di influenza sono andate avanti per anni prima di risolversi all’invasione, con gli effetti catastrofici che vediamo. Almeno Putin per prendere la vicina Ucraina aveva qualcosa che somigliava lontanamente a un piano, Trump per prendere il vicino Canada neppure quello, solo sogni. “Prenderemo Gaza, la ricostruiremo, sarà bellissimo, la popolazione palestinese fiorirà altrove“. Ammetti pure che dando 100mila dollari a testa riesci a convincere la grossa maggioranza della popolazione palestinese ad andarsene. Dove dovrebbero andare? Chi li prende? Cosa farai con quelli che non se ne vorranno andare? Li deporterai da dove sono nati? Li ucciderai? Questa roba non è un piano, non è niente. E’ un sogno. Come si interrompe una dittatura ipnotica? I sognatori che si muovono durante il proprio sogno sono chiamati sonnambuli. Si muovono seguendo la direzione dei propri sogni, ma a volte incontrano i duri ostacoli della vita vera, scale, letti, spigole, finestre aperte. Per questo il sonnambulismo può essere molto pericoloso. Al momento i sonnambuli si muovono senza incontrare ancora ostacoli. Prima o poi incontreranno qualche barriera sul loro percorso.
Scrive JP Morgan del titolo Tesla“What does seem clear is that the move higher in Tesla shares bore no relation whatsoever to the company’s financial performance in the quarter just completed or to its outlook for growth in the coming year.”. Ormai il titolo sembra vivere di vita propria, aumenta di valore senza un perché finanziariamente sensato (forse politicamente sensato). Le vendite delle automobili Tesla si dimezzano in Europa? Il titolo sale. Ci si gode la luna di miele dei dolci sogni, si dichiarano emergenze scavalcando tutti i controlli costituzionali.
La natura ipnocratica della Presidenza Trump è sottolineata dalle infinite contraddizioni nei suoi obiettivi programmatici. Contraddizioni che non sono un “bug”, un errore, ma proprio una loro caratteristica. Trump può promettere che si riappacificherà con la Russia, ma al contempo che gli europei non compreranno nemmeno una soffio di gas russo, tutto e solo LNG americano. La Danimarca cederà felice la Groenlandia, e al contempo continuerà a comprare gli F35. I paesi del mondo dovranno riequilibrare la bilancia commerciale americana, acquistando beni e prodotti che l’America isolazionista nemmeno più produce o ha piani per riprendere di costruire, e al contempo “nemmeno sognarsi di mettersi in dubbio la supremazia mondiale del dollaro“. Gli alleati dovranno accettare l’egemonia americana, mentre versano il 5% del PIL per la propria protezione, una cifra più che doppia rispetto a quella che spende la stessa America. Trump promette non solo la botte piena e la moglie ubriaca, ma anche tre amanti tutte ubriache, senza che nemmeno una goccia di vino manchi alla botte. Tutto questo con una comprensione dei meccanismi economici e commerciali del mondo a un livello inferiore a quello del primo anno di ragioneria. Trump ignora la quantità mostruosa di prodotti e servizi software e finanziari il suo paese venda nel mondo, spesso eludendo le tasse (anzi, guai a volerle far pagare). Trump ignora quanti di quei prodotti esportati e importati siano stati prodotti per conto di aziende americane, persino quanti di essi siano stessi prodotti da aziende straniere possedute da fondi americani. Per anni l’economia a stelle e strisce ha potuto stampare praticamente tutti i soldi che voleva, e il mondo li ha accettati: poverini, che afflizione, che sacrificio!
Risulta del tutto evidente che stiamo parlando di una dimensione puramente onirica, della quale al nostro risveglio ricorderemo quello che ci pare, o quello che Trump vorrà farci ricordare. Prima o poi però la realtà irrompe nella vita dell’ipnocrate. Il risveglio in questi casi può essere più o meno duro, ma arriva. Se non arriva, è perché il sognatore era già in coma.